Antonio Venere, il camionista che vuole andare in carcere in Spagna

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Antonio Venere è un camionista italiano 42enne condannato in via definitiva a 4 anni di carcere per traffico di droga. Antonio ha già scontato un quarto della pena in Spagna ed è lì che vorrebbe continuare a scontarla. Per questo motivo chiede ai giudici iberici di non essere estradato in Italia dove Antonio è convinto non riuscirebbe più a lavorare ed a mantenere la sua famiglia.

La sua storia è stata riportata nella giornata di ieri da El Mundo e ripresa oggi dal Corriere della Sera. Riportiamo qui di seguito l’articolo di corriere.it.

Antonio Venere, 42 anni, sposato. «Con uno splendido bimbo di 4 anni». Luogo di nascita: Mola di Bari, Italia. Residenza: Dos Hermanas, Siviglia, Spagna. «Da 14 anni». Professione: camionista. Stipendio: «regolare nonostante la crisi che c’è qui in Andalusia». Casa di proprietà, «ma con un mutuo, sempre pagato». Precedenti penali: uno, per traffico di droga. «La più grossa stupidaggine della mia vita. Volli fare un favore al padrone del mio camion e non capii che mi mettevo in gabbia da solo». Condannato in via definitiva a 4 anni di prigione di cui un quarto già scontanti con la carcerazione preventiva. Problema: passare quel che resta della condanna in una prigione vicino a casa. «Perché, mi capisca – dice al telefono da Siviglia al Corriere -, se vado in Italia tra il decreto svuotacarceri e gli sconti vari, finisce che non passo neppure un mese in cella. Quindi dove mi mettono? Agli arresti domiciliari a casa di mamma a Mola di Bari. E lì cosa posso fare? Non conosco nessuno che mi dia lavoro, tutti i miei contatti, la fama che ho come lavoratore sono qui a Siviglia. Qualche pregio l’avrò pure se in 14 anni di Spagna non sono mai stato disoccupato. A Mola di Bari, invece, come potrò guadagnare per pagare il mutuo? E più ancora, cosa dirò a mio figlio quando lo sentirò via Skype? Perché papà non torna? Perché ha sbagliato, è vero ed è giusto che paghi, ma è sensato rovinare la vita di una famiglia? Io non scappo, voglio chiudere il debito che ho. Ma se il carcere è redenzione, perché deve diventare sciagura?”».

«UNA PRIGIONE VICINO CASA» – Sono nove mesi che Antonio Venere sta provando ad andare in prigione in Spagna. Suona surreale, ma è così. Ci prova da quando la sua condanna per traffico di droga ha passato l’ultimo grado di giudizio in Italia. Valigia in mano si è presentato alla Corte suprema, in commissariato, ha contattato giudici, scritto ricorsi, petizioni. «Quando ho spiegato che volevo costituirmi per andare in cella mi hanno preso per matto. Glielo leggevo in faccia ai poliziotti. Pensavano, ma guarda questo “tio”, gli altri scappano e lui ci si infila tra i denti». In luglio il giudice oggi più famoso di Spagna, Pablo Ruz, lo stesso che ha in mano quel caso Barcenas che sta mettendo a rischio lo stesso governo, aveva stabilito che in attesa dell’esame dei ricorsi, «vista l’assenza del rischio di fuga», Antonio Venere avrebbe dovuto passare a firmare la sua presenza una volta alla settimana in un qualunque commissariato spagnolo. «Con ciò mi ha anche permesso di continuare a fare il camionista» racconta Antonio con gratitudine.

PARADOSSALE LATITANZA – Invece poi è arrivata la sentenza di un altro tribunale penale che ha stabilito l’arresto e l’estradizione in Italia. «Formalmente quindi sono adesso un latitante, anche se la polizia di Siviglia sa perfettamente dove abito e anche adesso che vado a caricare le pesche nei campi, lascio sempre detto a mia moglie l’itinerario che faccio, per poter essere meglio arrestato. Magari con la calma di agosto non c’è nessuno che decide di venirmi a prendere, però, le assicuro, è difficile vivere senza sapere cosa ti succederà fra 5 minuti». La sua storia al limite del paradossale è emersa ieri su El Mundo. «Non ho neppure troppa paura della brutta fama delle carceri italiane – spiega Antonio -. Primo perché non ci starò molto, secondo perché a Roma, nel 2006, non ho vissuto situazioni drammatiche. La prigione è brutta ovunque: è una desolazione morale, si perde il contatto con il mondo esterno, con la realtà. Forse è giusto così, chi sbaglia, paga. Ma perché non posso pagare qui in Spagna? Perché rovinare anche mia moglie e mio figlio? Gli spagnoli invece degli arresti domiciliari hanno il terzo grado. Di notte stai in prigione e di giorno puoi uscire. Nel mio caso, a lavorare per pagare la casa e il cibo per la famiglia. Onestamente, come ho sempre fatto, tranne quell’unica, stupidissima volta. Voglio andare in prigione, ma per favore non rovinate la mia famiglia».

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